Nel lavoro di Valerio Zezur la pittura non è mai un gesto decorativo né una scelta di stile fine a se stessa. È piuttosto un atto di costruzione lenta, una forma di resistenza, un modo per trattenere ciò che il tempo tende a disperdere. Le sue opere materiche si presentano come superfici dense, stratificate, segnate: non raccontano un’immagine riconoscibile, ma un processo.
L’impatto iniziale è fisico. Colore, gesso, abrasioni e spessori costruiscono superfici che sembrano avere peso, corpo, presenza. Nulla appare lasciato al caso, nemmeno ciò che sembra irregolare o imperfetto. In queste tele la materia non serve a creare effetto, ma diventa linguaggio. Ogni strato aggiunto o rimosso lascia una traccia visibile, come se la superficie fosse chiamata a conservare memoria di ogni passaggio.
La pittura materica ha una lunga tradizione nell’arte contemporanea, spesso legata all’urgenza di restituire corpo all’immagine. Nel caso di Zezur, questa urgenza si trasforma in metodo. Il tempo è una componente essenziale del suo lavoro: nulla è immediato, nulla è risolto in un solo gesto. Le opere sembrano attraversare fasi diverse, talvolta anche contraddittorie, prima di trovare un equilibrio. È una pittura che chiede allo sguardo di fermarsi, di rallentare, di restare.
Il rapporto tra gesto pittorico e vissuto personale è presente, ma mai esibito. La biografia non diventa racconto diretto né pretesto narrativo. Agisce piuttosto in profondità, trasformandosi in tensione formale, in densità, in ritmo visivo. La materia, in questo senso, non illustra una storia: la trattiene. Le superfici sembrano accumulare esperienza, più che rappresentarla.
Osservando le opere, emerge una costante attenzione al rapporto tra pieni e vuoti, tra zone compatte e parti più fragili, quasi esposte. È come se la pittura oscillasse continuamente tra contenimento ed esplosione. Questa tensione genera un ritmo che guida lo sguardo, portandolo dentro e fuori dalla superficie, senza mai offrirgli una soluzione definitiva.
Accanto alla pratica pittorica, Valerio Zezur ha pubblicato il libro autobiografico Dentro l’incubo, oltre il buio, disponibile in versione cartacea, ebook e audiolibro, e tradotto in tedesco, ucraino, spagnolo, inglese e francese. Anche in questo caso, non si tratta di un’operazione collaterale o promozionale, ma di un’estensione naturale dello stesso bisogno espressivo.
Il libro non nasce per spiegare le opere, né le opere per illustrare il libro. I due linguaggi convivono come percorsi paralleli. La scrittura tenta di dare ordine a ciò che sulla tela resta volutamente aperto; la pittura conserva ciò che il racconto non può o non vuole chiudere. Parola e immagine si incontrano in uno spazio comune, fatto di memoria, trasformazione e identità.
In un momento storico in cui molte immagini si consumano rapidamente, il lavoro di Zezur si muove in direzione opposta. Difende la lentezza come valore, la superficie come luogo di presenza. Le sue opere non chiedono una comprensione immediata, ma una relazione. Cambiano con la luce, con la distanza, con il tempo di osservazione. Chiedono di essere abitate.
Raccontare una nuova voce dell’arte contemporanea significa spesso cercare etichette rapide. Nel caso di Valerio Zezur, ciò che conta è il percorso: una ricerca che non sembra nata per compiacere, ma per rispondere a una necessità autentica. La materia, nelle sue mani, smette di essere tecnica e diventa linguaggio. Un linguaggio che parla di memoria, di identità e di trasformazione, senza mai alzare la voce.
La tua pittura viene spesso definita “materica”. Cosa significa per te lavorare sulla materia?Le tue opere sembrano avere una memoria propria. È un’idea in cui ti riconosci?
Sì. Ogni strato lascia una traccia, anche quando viene coperto. Nulla scompare davvero. Credo che la pittura funzioni come la memoria: non restituisce mai un’immagine pulita, ma una somma di presenze.
Quanto conta il tempo nel tuo processo creativo?
Molto. Non lavoro mai in modo immediato. Ho bisogno che l’opera attraversi delle fasi, anche contraddittorie. Il tempo fa parte del significato.
Il tuo vissuto personale entra nel lavoro, ma senza diventare esplicito. È una scelta consapevole?
Sì. Non mi interessa raccontare la mia storia in modo diretto sulla tela. Preferisco che il vissuto si trasformi in forma, in tensione, in ritmo.
Che rapporto c’è tra la tua pittura e il libro Dentro l’incubo, oltre il buio?
Sono due linguaggi diversi che nascono dalla stessa esigenza. La pittura trattiene, la scrittura prova a dare ordine. Nessuna delle due basta da sola.
Il libro è stato tradotto in più lingue. Che effetto ti fa?
Mi sorprende. Ma penso che, quando un racconto nasce da un’esperienza autentica, smetta di appartenere solo a chi l’ha vissuta.
Che tipo di relazione cerchi con chi guarda le tue opere?
Non cerco una reazione immediata. Mi interessa che lo sguardo resti, che torni. La pittura ha bisogno di tempo.
Cosa speri resti, alla fine, dopo l’incontro con una tua opera?
Una sensazione di presenza. Anche solo la percezione di qualcosa che continua a lavorare dentro, senza bisogno di essere spiegato.
foto fornite dall'artista


