01 Febbraio 2020

Mujeres Verticales: Virginia Woolf

di Franco Moraldi
Virginia Woolf: di cosa aver paura?

Già: non è forse scontata e automatica l’associazione mentale fra il nome di questa scrittrice inglese e l’opera teatrale “Chi ha paura di Virginia Woolf”? D’accordo, magari con questa conoscenza mnemonica possiamo risolvere il cruciverba della domenica, ma che altro non sappiamo di questa figura femminile?


Ebbene c’è un mondo intero dietro Virginia: c’è tutto tranne proprio una connessione diretta con quella piece teatrale (che invece gioca sulla assonanza inglese del cognome Woolf con la filastrocca “Chi ha paura del lupo cattivo”, per l’appunto “Who’s afraid of the big bad wolf?”).

C’è intanto che Virginia è una gigante della letteratura mondiale, vissuta a cavallo fra l’800 ed il 900 fu in grado di rivoluzionare la struttura del romanzo e, più in generale, della scrittura; una donna che combatté contro la cultura patriarcale della società vittoriana, una intellettuale autoironica e disinvolta nei comportamenti, in possesso di una profondità e di una sensibilità così fuori dal comune da impattare sul suo fragile equilibrio emotivo fino a segnarla drammaticamente per la vita.

Un’esistenza caratterizzata da paradossi ed echi dei grandi rivolgimenti storici del tempo, iniziando dalla nascita in una famiglia borghese in cui battono tragici rintocchi funebri: genitori entrambi vedovi da precedenti matrimoni che muoiono a breve distanza quando Virginia è ancora bambina (non bastasse, deve poi soffrire anche la scomparsa di due sorelle).

Giovanissima patisce la ferita profonda di una disparità sociale per cui si riserva lo studio solo agli uomini: se ai fratelli sono garantite scuole regolari fino all’università, lei e le sorelle possono solo apprendere come autodidatte, in quanto donne e quindi destinate esclusivamente ai ruoli di mogli e madri. Si capisce quindi perché si dedicherà poi all’insegnamento di letteratura alle operaie dei quartieri industriali di Londra, nel solco delle battaglie sociali e del primo femminismo novecenteschi.

Lo scrivere è la sua ragione di vita: produce una messe di scritti quali nessun altro autore forse mai: un affresco sconfinato costituito da centinaia di articoli, migliaia di lettere, 30 volumi di diari privati ed una serie di romanzi che rivoluzionano la letteratura. La Woolf abbandona gli stili di scrittura fino ad allora seguiti e crea il linguaggio moderno che oggi conosciamo: la trama della storia non segue più la cronologia degli avvenimenti ma si arricchisce con salti temporali nel racconto e permette al lettore di “entrare” nei monologhi interiori dei personaggi.

Raffinata creatività di scrittrice quindi in una figura che mai abbandonerà la lotta contro le disparità di genere, anche per chi -come lei- vive intensamente la letteratura e patisce il maggior onere connesso al suo esser donna; suonano come un manifesto le affermazioni per cui

una donna deve avere denaro, cibo adeguato e una stanza tutta per sé, se vuole scrivere romanzi”,

perché, in caso contrario, le scrittrici non esisteranno mai:

non sono qui, perché stanno lavando i piatti o mettendo a letto i bambini”.

Riflessioni evidentemente ancora attuali, se Gianna Nannini le cita come fonti ispiratrici del suo ultimo lavoro, non a caso chiamato “La Differenza”.

Questa differenza diventa sempre più una vera sofferenza personale per Virginia, racchiusa lucidamente in un suo altro accorato grido:

chi potrà mai misurare il fervore e la violenza del cuore di un poeta quando rimane preso ed intrappolato nel corpo di una donna?”

Sensibile, colta, protagonista fra i letterati dell’epoca, Virginia non chiuderà gli occhi di fronte al furore hitleriano trionfante: alla vigilia della seconda guerra mondiale viaggia in Germania ed in Italia e scrive “3 Ghinee”, opera in cui esplora il rapporto che unisce la guerra, il fascismo ed il maschilismo.

In quegli anni l’atmosfera di catastrofe imminente è drammaticamente troppo pesante per i suoi fragili equilibri, per la sua antica depressione che la accompagna fra alti e bassi da sempre e poi Virginia è una donna e quindi mai nessun serio esame delle sue nevrosi (e pensare che conobbe Freud..), Virginia è una donna e quindi perché investigare sulla sua malattia, Virginia è una donna e – si sa- tutte le donne sono in fondo un po' isteriche, no?

Lasciata quindi sola, la Woolf, lucida, metodica e coscienziosa come sempre, una mattina anziché dedicarsi ai suoi amati scritti, lascia due lettere d’addio, esce di casa ed arriva al fiume vicino casa, si appesantisce l’abito con pietre (“Le tasche piene di sassi”, direbbe Jovanotti), entra nell’acqua e lì si lascia andare, non ancora sessantenne.

Virginia esce fisicamente dalla scena e, come talvolta accade, entra nella storia e nell’immaginario collettivo della letteratura, delle rivendicazioni femministe, della cultura europea: quella figura slanciata, quel volto moderno che Modigliani avrebbe forse scoperto incredibilmente vicino ai propri dipinti, quel volto che quasi mai sorride è uscito dagli ambienti ristretti di critici, circoli di scrittori e lettori affezionati per diventare una presenza simbolica dell’universo femminile che non ci lascia più: oramai Virginia, per dirlo con una sua biografa, “ è ovunque e da nessuna parte”.

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