Esistono artisti che cambiano il modo di dipingere e altri che cambiano, insieme alla pittura, anche il nostro modo di guardare. Kandinsky appartiene a entrambi. Davanti alle sue opere viene quasi naturale cercare una figura, un paesaggio, qualcosa che possa essere riconosciuto e nominato. Ma è proprio quando questa ricerca si interrompe che comincia il vero incontro con la sua arte.
Perché Kandinsky non vuole semplicemente mostrarci qualcosa. Vuole portarci altrove, in quella dimensione nella quale colori, forme e linee possono diventare emozione, ritmo, persino musica.
È questo il cuore della mostra dedicata all’artista a Palazzo Bonaparte, a Roma, un’occasione per entrare nel mondo di uno dei protagonisti più originali e rivoluzionari del Novecento e per ripercorrere una ricerca artistica che, nel giro di pochi decenni, avrebbe contribuito a cambiare per sempre il volto della pittura.
Un artista alla ricerca di un linguaggio nuovo
La storia di Kandinsky non comincia davanti a una tela astratta. Nato a Mosca nel 1866, si avvicina all’arte dopo aver intrapreso studi di tutt’altra natura. Sarà il trasferimento a Monaco a segnare una svolta decisiva nella sua vita. Qui entra in contatto con un ambiente artistico particolarmente vivace, nel quale nuove idee, nuove tecniche e nuove sensibilità stanno mettendo in discussione le certezze della pittura tradizionale.
Kandinsky osserva, sperimenta, cambia.
All’inizio nelle sue opere è ancora possibile riconoscere paesaggi, figure e suggestioni provenienti dalla realtà. Ma lentamente qualcosa si trasforma. Le forme perdono precisione, i colori acquistano una forza propria, la realtà visibile comincia a dissolversi.
Non è una semplice evoluzione dello stile. È la ricerca di un linguaggio completamente diverso.
Kandinsky intuisce che la pittura potrebbe non avere bisogno di raccontare una storia attraverso immagini riconoscibili. Potrebbe comunicare direttamente, attraverso sensazioni. Ed è qui che la sua rivoluzione comincia davvero. Quando la pittura incontra la musica Per comprendere Kandinsky bisogna allora pensare alla musica.
Il rapporto con il mondo musicale è infatti fondamentale nella sua concezione dell’arte. Un brano non ha bisogno di rappresentare qualcosa per emozionare. Un suono può essere malinconico, una sequenza può creare tensione, un ritmo può trasmettere energia.
Perché non dovrebbe accadere la stessa cosa con un colore?
Da questa intuizione nasce una pittura nella quale il blu può suggerire profondità, il giallo può sprigionare energia, il rosso può diventare tensione. Una linea non deve più necessariamente delimitare una figura e una forma può esistere semplicemente per il rapporto che stabilisce con le altre.
La tela diventa così una sorta di composizione visiva, nella quale ogni elemento contribuisce a creare un'atmosfera. È una concezione destinata a diventare una delle fondamenta dell’arte astratta.
Eppure definire Kandinsky semplicemente come “il padre dell’astrattismo” rischia quasi di ridurre la complessità della sua ricerca. Dietro quelle forme apparentemente libere c’è infatti una riflessione profonda sul rapporto tra arte e interiorità, sulla capacità dell’opera di raggiungere qualcosa che non passa necessariamente attraverso la ragione.
La libertà di non riconoscere
Forse è proprio questo il motivo per cui, ancora oggi, davanti a Kandinsky possiamo sentirci inizialmente disorientati. Siamo abituati a cercare un significato nelle immagini. Una fotografia mostra qualcosa. Un ritratto rappresenta qualcuno. Un paesaggio ci porta in un luogo.
Kandinsky ci propone invece un’esperienza diversa. Non ci chiede soltanto di vedere, ma di percepire.
Una delle caratteristiche più affascinanti della sua pittura è proprio la libertà lasciata a chi osserva. Non esiste necessariamente un racconto unico da ricostruire. L’opera può cambiare a seconda dello sguardo che la incontra.
Quello che per qualcuno appare come equilibrio, per qualcun altro può diventare movimento. Un accostamento di colori può suggerire allegria oppure inquietudine. Una forma può evocare qualcosa di preciso nella memoria di una persona e rimanere invece completamente astratta per un’altra.
È una pittura che non impone una risposta. La suggerisce.
Un viaggio attraverso un secolo inquieto
La vicenda artistica di Kandinsky si sviluppa inoltre dentro uno dei periodi più turbolenti della storia europea.
La sua vita attraversa guerre, rivoluzioni e profondi cambiamenti culturali. Vive tra Russia, Germania e Francia, entra in contatto con alcune delle esperienze artistiche più innovative del suo tempo e partecipa direttamente a quella straordinaria stagione di ricerca che avrebbe trasformato il modo stesso di intendere l’arte.
Il passaggio attraverso il Bauhaus rappresenta un altro momento fondamentale. Qui Kandinsky si confronta con architettura, design, geometria e nuove teorie della forma, continuando a sviluppare una concezione dell’arte nella quale intuizione e costruzione convivono.
Anche per questo il percorso espositivo non racconta semplicemente una successione di quadri. Racconta una trasformazione. Quella di un artista che non rimane mai uguale a se stesso e che, attraverso esperienze diverse, continua a interrogarsi sulla stessa domanda: che cosa può davvero fare la pittura?
Dentro la vita, oltre il mito
La mostra permette anche di avvicinarsi alle persone che hanno accompagnato Kandinsky nel suo percorso.
Tra queste c’è Gabriele Münter, artista a sua volta, compagna di Kandinsky per molti anni e figura importante della vivace stagione dell’avanguardia tedesca. La sua presenza aiuta a restituire un’immagine meno solitaria e più corale dell’ambiente nel quale nacquero alcune delle idee destinate a cambiare l’arte europea.
E c’è poi Nina Kandinsky, compagna degli ultimi decenni della sua vita e importante custode della sua eredità artistica. Sono storie che permettono di guardare oltre il nome ormai diventato leggenda e di ricordare che anche le grandi rivoluzioni artistiche nascono da vite concrete, da incontri, relazioni, trasferimenti, entusiasmi e difficoltà.
Roma e una pittura da ascoltare
Portare Kandinsky a Roma significa creare un incontro curioso tra due modi molto diversi di raccontare l’arte.
Da una parte c’è una città che ha costruito la propria identità attraverso la rappresentazione: statue, affreschi, monumenti, volti, scene della storia e della religione. Dall’altra c’è un artista che ha progressivamente liberato la pittura dalla necessità di rappresentare qualcosa.
Eppure proprio questo contrasto rende l'esperienza interessante.
Perché Roma, con la sua storia millenaria, diventa il luogo ideale per incontrare un artista che ha contribuito a rompere uno dei confini più antichi dell’arte occidentale. Davanti alle sue opere non occorre essere esperti. Non è necessario conoscere tutte le teorie dell’astrattismo o saper riconoscere ogni fase della sua produzione. Può bastare fermarsi. Guardare.
Lasciare che siano i colori a fare il primo passo.
Kandinsky ci ricorda che non tutto ciò che ha valore deve essere immediatamente spiegato. Alcune cose possono essere comprese attraverso una sensazione, un ricordo, una vibrazione difficile da tradurre in parole.
Ed è forse questa la ragione per cui la sua pittura continua a sorprenderci. Perché in un mondo nel quale siamo abituati a ricevere immagini già interpretate, Kandinsky ci restituisce la libertà di guardare senza sapere esattamente cosa aspettarci. E, forse, proprio in quella libertà comincia l’arte.
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Foto da: Arthemisia | Mostre Palazzo Bonaparte | Roma


