31 Gennaio 2021

Il futuro dei musei: digitale, relazioni, ma soprattutto comunità

di Redazione Cralt Magazine
Voci eminenti da un convegno organizzato dal Comune di Firenze

I musei sono stati tra i luoghi che più hanno sofferto per la crisi pandemica, ma nonostante le chiusure hanno continuato a lavorare e a immaginare nuove forme di relazione con il loro pubblico. Per fare il punto sulla situazione e pensare scenari per il domani, l’assessorato alla Cultura del Comune di Firenze, insieme a Muse e al museo Novecento del capoluogo toscano, ha organizzato un convegno online dedicato proprio al futuro dei musei, al quale è intervenuto anche il ministro dei Beni e delle Attività culturali Dario Franceschini, che ha lanciato la riapertura nelle regioni gialle nei giorni feriali. All’evento hanno preso parte amministratori locali e rappresentanti di musei e fondazioni che hanno espresso il loro pensiero.

L’assessore alla Cultura del Comune di Firenze, Tommaso Sacchi. “Io credo che noi oggi siamo tutti alle porte di una serie di iniziative che dovranno essere intraprese per riscrivere dei patti fondamentali. Il primo è il patto di rapporto tra l’uomo e la natura. E poi ripensiamo al museo anche come luogo fisico e figurato che fa parte del corpo vivo della città, un corpo metamorfico che dovrà cambiare ancora pelle nel dopo pandemia e i musei dovranno essere un luogo sociale, un luogo della vita socio-culturale del Paese”.

Sulla stessa lunghezza d’onda, orientata alla socialità, anche l’assessore alla Cultura di Milano, Filippo Del Corno. “Il museo – ha spiegato il rappresentante della giunta meneghina – è il luogo in cui quella comunità si rappresenta, si incontra, conosce la propria storia, ma può anche immaginare il proprio futuro. E quindi la funzione di un museo è mantenere costantemente aperto il dialogo con la propria comunità, soprattutto la comunità territoriale”.

Da Firenze e Milano a Roma, con Giovanna Melandri, presidente del MAXXI, che ha messo sul tavolo alcune possibili strategie di relazione, oltre che con il pubblico, anche tra le istituzioni. “Andare nella direzione di incrementare l’autonomia gestionale dei musei nazionali anche espandendo la struttura del modello fondazione può essere una soluzione. Noi abbiamo costruito modelli di collaborazione non solo con i musei del contemporaneo in Italia, ma anche in Europa e credo sia davvero fondamentale intrecciare questa rete”.

Una rete che per Stefano Boeri, presidente della Triennale di Milano, è anche la prima chiave per la ripartenza. “Questa è un’altra grande caratteristica di questi mesi difficili: siamo riusciti a stabilire relazioni anche internazionali con istituzioni sorelle o cugine da un punto di vista tematico o dell’orientamento culturale in modo tale da poter ripartire con ancor più forza”.

Ripartenza che è ancora più significativa in città come Bergamo, che ha vissuto i momenti più drammatici della pandemia e che ha trovato nella Galleria d’arte moderna e contemporanea un punto di riferimento reale durante il periodo più difficile. E sul tema della relazione con la propria realtà locale ha insistito con forza il direttore della GAMeC, Lorenzo Giusti. “Non dobbiamo perdere questa occasione – ha detto da Bergamo – per mettere il tema delle comunità e del loro coinvolgimento al centro del modo di intendere e di volere il museo. La GAMeC di Bergamo da tempo opera con questa idea di istituzione museale e di un museo come strumento di welfare, garante delle relazioni e motore della comunità”.

Più nel merito degli aspetti, per così dire, tradizionali del lavoro museale, è invece intervenuto il direttore di Palazzo Grassi e Punta della Dogana a Venezia, Bruno Racine. “Secondo me una collezione, che sia pubblica o privata – ha spiegato nel suo intervento – va considerata come un organismo vivente e quindi la politica di acquisizione è molto importante per far capire che è un organismo che cresce. Quando vado sui siti dei musei la sezione dedicata alle nuove acquisizioni mi pare insufficiente”.

Il mondo dei musei nel 2021 è una galassia complessa, che ha sofferto per la pandemia ma ha anche provato a usarla come occasione sia per una svolta digitale – che però, come hanno sottolineato molti partecipanti, non può essere l’unica risposta, né può sostituire la presenza – sia per rimettere in discussione il modo stesso di stare nella società, con una consapevolezza nuova che, a prescindere dalla tipologia di museo, sia anche quello Egizio di Torino, non possiamo che definire contemporanea.

Fonte: Asknews