10 Settembre 2026

Napoli: il Cimitero delle Fontanelle e Materdei. Dove Napoli ha imparato a parlare anche con i suoi morti

di Redazione Cralt Magazine

Napoli ha dei luoghi nei quali la città sembra cambiare voce. Basta lasciare alle spalle il rumore delle strade, imboccare una discesa e seguire quella parte della città che sale e scende tra Materdei e la Sanità per entrare in un mondo nel quale storia, fede, memoria e leggenda si incontrano continuamente.

È qui che si trova il Cimitero delle Fontanelle, uno dei luoghi più singolari e profondi del patrimonio napoletano. Un antico ossario ricavato nel tufo della collina, nato dalle necessità di una città più volte messa alla prova da epidemie e calamità e diventato, nel corso del tempo, qualcosa di molto più grande di un semplice luogo di sepoltura.

Perché alle Fontanelle Napoli non ha soltanto raccolto i suoi morti. Ha continuato a parlare con loro.

Materdei, la città che scende sotto la città

Per arrivare alle Fontanelle bisogna attraversare Materdei e avvicinarsi progressivamente a quella parte di Napoli nella quale la città costruita lascia spazio alla roccia, alle cavità e alle antiche tracce di un territorio scavato e trasformato nei secoli.

Il tufo ha avuto un ruolo fondamentale nella storia napoletana. Da questa materia è stata costruita una parte consistente della città e, nello stesso tempo, la sua estrazione ha creato una vera e propria Napoli sotterranea fatta di cavità, cunicoli e grandi spazi scavati nella collina.

Una di queste antiche cave è diventata il Cimitero delle Fontanelle.

Il nome stesso conserva il ricordo di un paesaggio molto diverso da quello attuale, segnato un tempo dalla presenza di sorgenti e rivoli d'acqua. Ma è soprattutto la storia delle grandi epidemie a spiegare la nascita di questo luogo nella forma che oggi conosciamo.

La peste del Seicento, e successivamente il colera e altre emergenze, misero Napoli di fronte a un problema drammatico: dove seppellire una quantità enorme di persone in una città nella quale gli spazi per le sepolture erano già insufficienti?

Le antiche cave diventarono così luoghi destinati ad accogliere i resti di migliaia di persone. A questi si aggiunsero nel tempo quelli provenienti dalle sepolture delle chiese e delle congreghe.

Il Cimitero delle Fontanelle nacque dunque dalla necessità, dalla tragedia e dalla povertà. E proprio da queste origini sarebbe nata una delle espressioni più sorprendenti della religiosità popolare napoletana.

Le ossa senza nome

Camminare oggi tra le grandi navate del cimitero significa confrontarsi con una presenza che non ha bisogno di essere spiegata. Le ossa sono lì, raccolte e ordinate, ma soprattutto anonime.

Ed è proprio l'anonimato ad aver avuto un ruolo centrale nella storia delle Fontanelle. Nel 1872 il canonico Gaetano Barbati, aiutato dalle donne del quartiere, organizzò i resti che per anni erano rimasti abbandonati. Quell'atto di cura avrebbe dato una nuova forma a un luogo che fino ad allora era stato soprattutto una risposta a una necessità.

Da quel momento le ossa non furono più soltanto resti. Per la devozione popolare diventarono presenze.

Nacque così il culto delle anime pezzentelle, quelle anime del Purgatorio considerate abbandonate perché prive di qualcuno che pregasse per loro. Un rapporto particolare, quasi familiare, cominciò a svilupparsi tra i vivi e quei morti senza nome.

E qui emerge uno degli aspetti più autentici della cultura napoletana: davanti alla morte, il confine tra distanza e vicinanza sembra improvvisamente assottigliarsi.

Le capuzzelle e il bisogno di prendersi cura

La tradizione racconta di persone che sceglievano una particolare capuzzella, la pulivano, la sistemavano, la proteggevano e le affidavano le proprie preghiere.

Il gesto poteva sembrare semplice, ma aveva un significato profondo.

Chi si prendeva cura di un'anima dimenticata chiedeva a sua volta protezione, conforto, una grazia. Si instaurava una sorta di rapporto di reciprocità: io non ti dimentico e tu, dall'altra parte, non dimenticare me.

Le capuzzelle potevano ricevere un nome, una storia, perfino un'identità nata da un sogno o tramandata dalla voce popolare. Così persone morte da chissà quanto tempo tornavano, almeno simbolicamente, ad avere un posto nella comunità.

È difficile non vedere in questa tradizione qualcosa che va oltre la superstizione. C'è infatti un bisogno profondamente umano: quello di dare un nome a chi lo ha perduto, di prendersi cura di chi non ha più nessuno e, forse, di sentirsi meno soli davanti alla propria fragilità. Alle Fontanelle i vivi pregavano per i morti e, nello stesso gesto, cercavano una risposta alle proprie inquietudini.

Una Napoli sospesa tra fede e leggenda

Naturalmente, attorno alle capuzzelle sono nate nel tempo storie, racconti e figure entrate nell'immaginario della città. Le Fontanelle sono diventate così anche un luogo nel quale la religiosità popolare si mescola alla leggenda, al sogno e a quella particolare capacità napoletana di trasformare un'esperienza quotidiana in racconto.

Ma sarebbe riduttivo considerare tutto questo soltanto come folklore. Dietro le leggende rimane una storia vera, fatta di epidemie, povertà, disuguaglianze e persone che per secoli hanno dovuto convivere con la morte molto più da vicino di quanto accada oggi.

Le Fontanelle raccontano proprio questo rapporto.

Raccontano una città nella quale la morte non era nascosta, ma faceva parte del paesaggio, della famiglia, della religione e perfino della vita quotidiana. E raccontano il modo in cui una comunità ha cercato di trasformare una tragedia collettiva in una forma di memoria.

Materdei, un quartiere da attraversare con lentezza. Uscire dalle Fontanelle e tornare verso Materdei significa ritrovare improvvisamente la Napoli di oggi.

Eppure qualcosa è cambiato.

Perché Materdei non è soltanto il quartiere che conduce a uno dei luoghi più conosciuti della città sotterranea. È una parte di Napoli nella quale convivono palazzi, cortili, chiese, scale, botteghe e tracce di una storia popolare che ancora oggi affiora nella vita quotidiana.

Il rapporto tra Materdei, Sanità e Fontanelle racconta una città costruita per stratificazioni. Sopra c'è la Napoli che tutti conoscono; sotto, quella scavata nel tufo; accanto, quella delle persone che nei secoli hanno abitato questi luoghi e li hanno trasformati con la propria presenza. È un territorio che non si lascia conoscere tutto in una volta. Ha bisogno di tempo, di passi lenti e soprattutto della curiosità di chi non si limita a guardare ciò che appare.

Il vero tesoro delle Fontanelle è la memoria

Forse è questo il motivo per cui il Cimitero delle Fontanelle continua ad affascinare. Non soltanto per le sue dimensioni, per la particolarità delle sue navate o per l'atmosfera che lo circonda. Ma perché custodisce una domanda che riguarda tutti: che cosa rimane di una persona quando il suo nome scompare?

A Napoli, per secoli, la risposta è stata sorprendentemente concreta.

Rimane una preghiera. Rimane una capuzzella. Rimane qualcuno che accende una luce, sistema un fiore, pronuncia un nome o semplicemente si ferma davanti a un'anima dimenticata.

E allora le Fontanelle smettono di essere soltanto un cimitero.

Diventano una storia sulla memoria, sulla solidarietà tra vivi e morti, sulla necessità di non lasciare completamente solo chi non ha più nessuno.

È forse questa la lezione più intensa che si può portare via da Materdei.

Napoli non ha mai avuto paura di guardare la morte negli occhi. Ha cercato, piuttosto, un modo per continuare a parlarle. E tra quelle grandi cavità di tufo, dove migliaia di vite sono diventate anonime, la città ha trovato uno dei modi più originali per ricordare che nessuno scompare davvero finché qualcuno continua a ricordarlo.

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Foto da: https://cimiterodellefontanelle.it/