19 Gennaio 2019

Mujeres verticales: Rita Levi Montalcini

di Franco Moraldi
Lo scorrerne l’ampia biografia permette di trovare innumerevoli momenti in cui quella delicata professoressa ha saputo opporre la “schiena dritta” e proprio in anni bui e difficili

Mujeres verticales: il titolo di questa serie di brevi ritratti nasce dall’ estensione di un’espressione spagnola che indica come ”hombre vertical” colui che, capace di sostenere le proprie opinioni anche quando questo gli possa procurare un  rischio, non scende a compromessi  e mantiene la schiena dritta.

Figura ammirevole ed esempio da seguire certo, ma alla stessa maniera ci sono storie di donne che - nella professione, nelle scelte di vita, nell’affrontare  un momento storico particolare -  hanno anch’esse rifiutato le facili  scorciatoie e mantenendo fede alla propria  coerenza hanno dato testimonianza di  un coraggio personale  che non è mai stata merce di tutti i giorni (già per il Manzoni  “ il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare”: su questo tema esiste peraltro un bel libro di Gabriele Romagnoli che si intitola proprio “Coraggio!”). 

Cominciamo allora con una donna che, con spirito giovane e forte rigore morale, ha attraversato tutto il 900: Rita Levi Montalcini.
È sicuramente un’icona dei nostri tempi questa scienziata torinese premio Nobel, così inconfondibile per quel tratto signorile e raffinato, a partire da quel musicale doppio cognome ( in verità semplice accorpamento dei cognomi del padre – Adamo Levi- e della madre – Adele Montalcini). Se la sua immagine in foto e filmati e la sua caratteristica voce sono oramai parte della nostra identità collettiva nazionale, vogliamo qui indicarne un aspetto meno noto: il carattere rigoroso e imprevedibilmente anticonformista di questa mujer vertical.

Eh sì: lo scorrerne l’ampia biografia permette di trovare innumerevoli momenti in cui quella delicata professoressa ha saputo opporre la “schiena dritta” e proprio in anni bui e difficili.

Si comincia dall’ ambiente familiare (si iscrive alla facoltà di Medicina – lei, una donna!-  nonostante il divieto del padre) e si arriva agli anni di studentessa che, a causa delle abominevoli leggi razziali del fascismo, è costretta ad abbandonare l’Università; poco male:  Rita si costruisce  un laboratorio in casa in cui continua, malgrado tutto e tutti, a studiare e a sperimentare. 

E poi la guerra che per una giovane borghese di famiglia ebrea vuol già dire pericolo costante: bisogna cambiare spesso domicilio come le accade durante un avventuroso soggiorno a Firenze, prima di avvinarsi ai partigiani e poi, al passaggio del Fronte, diventare medico per il comando delle truppe alleate.

Certo la tranquillità non le si addice: negli anni 70 partecipa a battagli sul divorzio, l’aborto e, più tardi,  sulla liberalizzazione delle droghe leggere.

e poi c’è la cronaca ufficiale: i 30 anni di studi all’estero, il Nobel e la carica di senatrice a vita con una partecipazione costante ai lavori parlamentari, nonostante l’avanzare dell’età ed alcune becere polemiche di chi si sorprende di questa donna ultranovantenne così energica, (evidentemente si tratta di chi non ne ha conosciuto i comportamenti in anni precedenti!!)

È quindi soprattutto una donna libera, quella che fino ai 103 anni parla di sé con sublime understatement (“ la mia intelligenza? Poco più che mediocre; i miei unici meriti sono impegno e ottimismo”) e tratta con sprezzante orgoglio il passare degli anni (“ il corpo faccia quello che vuole, io sono la mente”): è un piglio che anni dopo risentiamo nella voce di Emma Bonino che parlando della lotta contro la malattia,  dirà “io non sono il mio male”.

Già, che imprevedibile carattere dietro quel volto di raffinata signora, spesso sorridente ed inconfondibile per acconciatura e per eleganza degli abiti (che pare facesse cucire su propri disegni, anche se il giorno del Nobel preferì affidarsi  a Capucci): aveva proprio ragione Primo Levi, che la fotografò come “piccola signora dalla volontà indomita e piglio di principessa”.