01 Febbraio 2016

COP21, dopo Parigi guardando ad un futuro più sostenibile

di Redazione Cralt Magazine
L’ accordo universale vuole mantenere l'aumento di temperatura in questo secolo, ben al di sotto di 2 gradi centigradi

La 21a riunione della Conferenza delle Parti (COP) che si è svolta in dicembre a Parigi si è conclusa con l'adozione di uno storico accordo per combattere il cambiamento climatico e promuovere misure e massicci investimenti per il futuro per raggiungere l’obiettivo di abbassare le emissioni inquinanti

L’ accordo universale raggiunto vuole mantenere l'aumento di temperatura in questo secolo, ben al di sotto di 2 gradi centigradi, aumentando gli sforzi per limitare l'innalzamento della temperatura ancora di più, al di sotto di 1,5 gradi Celsius sopra i livelli dell’era preindustriale. L'accordo ha come obiettivo non secondario rafforzare la capacità di affrontare gl’impatti dei cambiamenti climatici.

Dopo lunghi anni di speranze ma anche di allarmi, dopo trattative serratissime tra i negoziatori alla fine è arrivato l'accordo e i quasi 200 Paesi responsabili del 93% delle emissioni adesso partecipano a un progetto di riconversione globale dell'economia. Le dichiarazioni lapidarie dei leader mondiali sottolineano la straordinarietà di quanto avvenuto. Obama: "Risultato enorme". UE: "E’ un exploit". Renzi: "Passo avanti decisivo".

Grande attenzione è stata data al taglio delle emissioni di gas a effetto serra, e soprattutto all'impegno finanziario per aiutare tutti i Paesi in via di sviluppo in questa sfida alla tutela della sostenibilità ambientale. Un successo, secondo alcuni, se correlato con il celeberrimo protocollo di Kyoto, siglato nel 1997, che coinvolgeva di fatto solo 35 Paesi.  "Un accordo ambizioso, equilibrato, sostenibile e soprattutto giuridicamente vincolante".

Per quanto riguarda le emissioni inquinanti di Co2, è previsto il  raggiungimento del picco globale delle emissioni di gas a effetto serra nel più breve tempo possibile, anche se per i Paesi in via di sviluppo ci vorrà più tempo, e di "intraprendere - c'è scritto nel testo - riduzioni rapide da quel picco in poi secondo le conoscenze scientifiche disponibili, in modo da arrivare a un equilibrio tra le emissioni in atmosfera e le emissioni assorbite in modo persistente dalle biomassa (foreste, suolo) o catturate e stoccate sotto terra”.

Anche se il significato epocale dell’accordo è riconosciuto da tutti non manca chi vede la cosa in maniera diversa. Per i critici l'accordo potrebbe aiutare a ridurre in modo significativo le emissioni, ma mai potrà sostituire la necessità di ridurre a zero le emissioni inquinanti. Da parte dei Paesi più colpiti dall'impatto del cambiamento climatico era stato chiesto un impegno chiaro e forte, mentre i nuovi colossi - India e Cina - premevano per posticipare o rendere vano qualsiasi obbligo, rivendicando il diritto a bruciare carbone.

Una via irreversibile quella scelta, infatti, ogni cinque anni i paesi dovranno rivedere il loro contributo e rinnovare gli impegni nazionali per raggiungere gli obiettivi fissati e quelli futuri che non potranno mai essere meno ambiziosi rispetto a quelli precedenti.

L’accordo è epocale non solo per quanto detto prima ma primariamente perché coinvolge anche i grandi inquinatori, non solo l'Europa e pochi altri Paesi come è successo per Kyoto.

L’unica voce fuori dal coro è stato il Nicaragua, che ha rifiutato di aderire ed ha denunciato alcune mancanze nel testo e mancanza di garanzie sui finanziamenti, chiedendo a gran voce di creare un "fondo di compensazione" legato alla "responsabilità storica" e anche che i Paesi dell’area Centroamericana siano considerati nella lista di quelli a maggior rischio.